ICONA del MESE - Chiesa a Villa Borghese Roma

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Icona del mese DICEMBRE
la nativita'
25 dicembre
L’icona della Natività nasce da una duplice esigenza: essa deve significare che un abisso separa il nostro mondo dall’aldilà; parimenti deve affermare che un riflesso di questo mondo divino è visibile per noi uomini.
Con mezzi terreni, forme, colori, luce, la Natività evoca ciò che è fuori dal mondo sensibile rendendosi riflesso del Mistero dell’Incarnazione.
L’Icona della Natività è il frutto di una spiritualizzazione, in senso intellettuale, da parte del genio greco; di una spiritualizzazione nel senso di glorificazione della materia da parte della tradizione biblica.
Secondo la tradizione dell’Oriente, l’icona in questo senso appartiene all’ordine dei sacramenti, i quali fanno sorgere nella materia una realtà nuova, quella della grazia di Dio incarnato.
Non solo l’icona della Natività, ma ogni altra icona possiede un forte riferimento al mistero dell’Incarnazione.
Nell’icona della Natività il disegno è come trasformato: viene tratteggiato dalle sapienti proporzioni di un’armonia di strutture e movimenti, come pure dalla concezione dello spazio dove non regnano più le dimensioni della natura, ma quelle dello spirito.
Anche i colori si allontanano da quelli che si incontrano in natura, ma nella loro luminosa brillantezza esprimono la vita e la gioia divina. Ogni icona è una festa di luci e colori e nella Natività l’elemento più importante è la luce, che si presenta anche come elemento più immateriale, riflesso della luce divina. Essa non ha una sorgente fissa. Rende ogni cosa trasparente, alleggerisce la pesantezza del mondo materiale, fa risplendere le figure e i volti come cristalli. E’ anzitutto sui volti che appare la luce, che ha la sua sorgente nel mistero stesso dell’Incarnazione di Cristo.
Quando la scrittura dice “Alla tua luce vediamo la luce” (Sl 35), non fa altro che esprimere una realtà evidente: la corporeità è la struttura in cui si raccoglie una fiamma, la fiamma di quella vita divina che è il senso ultimo di ogni creatura. Per vederla l’uomo dovrà non fermarsi alle manifestazioni esterne della bellezza, godendole fino in fondo con un’intensa percezione dei sensi dell’anima e del corpo, ma, entrando nella “misteriosa caverna”, illuminata dai riflessi di luce della bellezza eterna, cella segreta dove i misteri di Dio fanno sobbalzare il cuore di gioia, là dove la bellezza può essere riscoperta nella sua dimensione religiosa, intesa come sorgente di ispirazione della recondita ricerca della Verità, luce che non tramonta.
Nell’icona della Natività, nel mistero dell’Incarnazione troviamo “scritto” quanto tutto è grazia: la salvezza come anche la lunga deplorazione. La luce si fa strada schiarendo le tenebre: l’imago Dei riemerge luminosa dal fango, insufflata dallo Spirito di Colui che, risorto dai morti, non muore più, il Figlio del Dio vivente. Si ritorna al fulgore irradiante del battesimo: le lacrime liquefanno il cuore, riportando l’essere profondo dell’uomo allo stato delle acque delle origini sulle quali soffia in libertà lo spirito: la cecità del peccatore che dice l’insensibilità al Mistero è risanata da Gesù con un po’ di fango preparato mescolando saliva e terra, e poi lavato alla piscina di Siloe (cfr Gv 9,11). Spalmati dal fango del proprio essere uomo e dalla saliva divina, lavati dalle lacrime del pentimento, gli occhi del cuore si aprono ormai capaci di contemplare la luce del volto di Cristo, alla luce dell’eternità:
“Me misero, il fango mi soffoca. Nell’acqua delle mie lacrime lavami, o Signore; perché splenda come neve la mia tunica di carne”  (Andrea di Creta, Grande Canone, Ode V, tropaio XIV)
La struggente preghiera, segnata dal profondo lirismo, del grande innografo Andrea di Creta, dovrebbe fiorire sulle labbra di ogni creatura umana che, toccata dalla grazia, avverte il bisogno esistenziale di essere raggiunta, risanata.
In questo incontro, nella prossimità, ci affacciamo verso l’immensa tenerezza di Dio, la bellezza del suo sguardo sul mondo. Maria è la testimonianza viva e storicamente provata di questa bellezza umana recuperata, tanto da diventare porto di naviganti in mare tempestoso, luce lunare al calar del sole che rischiara il cammino della notte.
Nell’icona che altro non è che una tavola che porta con sé come in una culla il Verbo incarnato, l’uomo è fatto capace di scoprire la sacralità della sua vita nelle cose più umili in una perfezione espressiva attraverso il linguaggio simbolico.
L’icona cerca di rendere conto di quella realtà invisbile agli occhi che è la bellezza della somiglianza, proposta per ogni uomo, realtà condotta al pieno compimento.
La scena della Natività evoca un “evento”, un “racconto” preciso fino a raggiungere il nostro oggi e a diventare esperienza, lettura intelligente e sapienziale della vita, arte di una grotta trasfigurata.
Sostare davanti al Bambino conduce all’unificazione di sé nel cuore accorto e vigilante che nel dolore e nella sofferenza dell’uomo è pronto a rintracciare le sembianze di Cristo fatto uomo nella vera culla che è il volto sfigurato dei fratelli

da https://www.monasterocarmelitane.it/blog/icona-della-nativita/


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